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"Mollo tutto e cerco la felicità!" Un pc, un lavoro online e la voglia di girare il mondo

Da ingegnere informatico a scrittore errante in cerca del significato della felicità. Francesco Grandis, in arte Wandering Wil, un giorno ha fatto quello che tanti vorrebbero fare, ha chiuso dietro di sé la porta dell’ufficio per l’ultima volta, lasciando imprigionati dentro all’angusto microcosmo conti e quesiti di ingegneria, problemi e arrabbiature. E ha spalancato davanti a sé la porta del mondo. Ha detto addio alla camicia e alla giacca, ha indossato scarpe comode e maglietta, e ha infilato tutto ciò che gli serviva nello zaino, il fedele compagno di viaggio. Ora sta scrivendo un libro, ma finché le pagine non saranno in libreria, è possibile seguirlo sul suo blog tra fotografie e riflessioni intorno alla felicità.

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Francesco Grandis, in arte Wandering Wil. Nel tuo blog parli spesso di viaggi ma i tuoi articoli più condivisi sono riflessioni sulla vita, il lavoro, la felicità. Come mai?

Nel lontano 2009 mi sono licenziato da un posto fisso come ingegnere. Per dirla in modo diretto: mi ero rotto le palle degli straordinari, delle trasferte, di essere sottopagato… ma soprattutto della sensazione di sprecare il mio tempo e di non vivere.

Ho speso tutti i soldi che avevo per fare il giro del mondo. Durante quei mesi ho avuto una specie di illuminazione, e ho capito cosa volevo fare del mio futuro: continuare a spostarmi, certo, non per semplice turismo, ma come mezzo per trovare e raggiungere la mia felicità.

Nel mio blog non mi piace dare consigli di viaggio, internet ne è già pieno. Preferisco condividere le mie riflessioni, e magari ispirare le persone a cercare una vita più piena e autentica, come ho fatto io. In fondo sono tante le persone che “si son rotte le palle”.

Parlavi della “tua felicità”. Cos’è per te?

È la stessa domanda che cinque anni fa ha scatenato la mia “illuminazione”. Ti do più o meno la stessa risposta: non lo so ancora, ma intendo scoprirlo. Non riesco a pensare a niente di più importante a cui dedicare la mia esistenza. E sai una cosa? Credo di essere sulla buona strada!

Cos’hai fatto dopo il giro del mondo?

Ho seguito un piano preciso: avevo bisogno di soldi per viaggiare e di un altro lavoro, ma non volevo più sacrificarci la maggior parte del tempo e delle mie energie. Allora sono diventato un programmatore freelancer, un libero professionista in pratica, e ho avviato una collaborazione con una compagnia statunitense. Lo facevo da casa, senza orari fissi e senza ufficio; mi bastavano un computer e la connessione a internet. Dato che la paga era molto buona, ho scelto di lavorare al massimo venti ore a settimana. Guadagnavo quello che mi serviva per mantenermi e per proseguire la mia “ricerca”. Così ho ripreso lo zaino, e sono diventato un “programmatore vagabondo”.

Dove sei andato?

Sono stato parecchio in giro, alternando periodi a casa con viaggi di qualche mese. I più lunghi sono stati Tenerife, Sudamerica, Ungheria, India, Scandinavia. Sempre con il mio “ufficio” nello zaino. Ho fatto questa vita per quattro anni.

Per quattro anni… poi cosa hai fatto?

E poi ho mollato anche quel lavoro! Diciamo che mi sentivo pronto per fare il passo successivo, e adesso la mia attività quotidiana è scrivere. Racconto le mie storie di viaggio, scrivo le mie riflessioni, rispondo a tutte le persone che mi contattano. Per adesso non ho nessun guadagno, ma sento che è la strada giusta da seguire, quella che mi porterà alla mia felicità. Ho anche quasi concluso un libro che spero di pubblicare per fine anno, con cui condividerò le mie esperienze di vita.

Adesso non viaggi più?

Sono solo “in pausa”, anche perché entro un paio di settimane nascerà mio figlio! L’intenzione è quella di ricominciare a spostarmi assieme alla mia compagna e al bambino. Lo faremo in modo diverso, certo, ma pur sempre avventuroso e alla ricerca della felicità. Per tutta la famiglia, questa volta! Abbiamo già in programma alcune brevi spedizioni a Malta e alle Canarie, tanto per cominciare a prendere mano con le esigenze del nuovo “vagabondino”.

Allora torniamo a parlare un po’ di viaggi. Come li hai affrontati mentre eri programmatore?

In modo molto semplice. Non ero diverso da un qualsiasi altro backpacker, il tipico giramondo con lo zaino. Ostelli, treni, autobus, aerei… però portavo con me anche tutto l’occorrente per la mia professione: un buon portatile, uno smartphone per connettermi a internet, e un po’ di buona musica per aiutarmi nella concentrazione. Non mi serviva altro.

E i tuoi clienti, che cosa ne pensavano?

Nemmeno lo sapevano che viaggiavo, da principio. Gliel’ho tenuto nascosto perché volevo che il loro giudizio sulla mia professionalità fosse imparziale, nel bene o nel male. Un giorno però, durante una delle riunioni bisettimanali su Skype, sentirono un po’ di confusione. “Sono a Copacabana, scusatemi”, dissi io. Fecero un paio di battute, ma non ebbero nessun problema a riguardo. Le mie consegne arrivavano sempre puntuali e ben fatte, di cosa avrebbero dovuto lamentarsi?

È difficile lavorare in viaggio?

Non direi difficile, ma richiede una buona autodisciplina. Farlo da casa è facile, ma in un ostello, quando sei circondato da ragazzi e ragazze in vacanza che hanno almeno dieci anni meno di te, hai bisogno di trovare un po’ di silenzio. La cosa più difficile è mettersi al computer la mattina, dopo che hai passato la notte fuori con loro!

I tre posti che ti sono piaciuti di più?

Posso dirtene cinque? Il Sudamerica, in particolare l’Argentina, per i posti splendidi e la gente meravigliosa. La Nuova Zelanda, accogliente e intatta. Il Giappone, folle ed esotico. Infine il Canada per la natura selvaggia, e il nord della Scandinavia per gli splendidi laghi solitari!

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Cosa diresti a qualcuno che vorrebbe intraprendere una strada simile alla tua, ma magari non se la sente?

Non aspettare, fallo! Non devi sentirti solo, non devi sentirti diverso solo perché non riesci a “tenere duro” come dicono tutti attorno a te. Il tempo che abbiamo a disposizione su questa terra è lungo, ma non è infinito; quando le giornate sono tutte uguali, passa molto in fretta, vero? Allora non bisognerebbe aver paura delle decisioni drastiche, come per esempio cambiare lavoro. Dovrebbe spaventare molto di più la routine, la noia, l’insoddisfazione quotidiana. Diventare vecchi senza crescere, spegnersi lentamente come una candela con uno stoppino troppo corto, senza avere la possibilità di lanciare almeno una fiammata prima della fine; questo dovrebbe far paura!

Cerca la tua personale felicità, qualunque sia! Tieniti stretto solo le cose e le persone che hanno davvero valore per te: tutto il resto non conta!

 

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