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Dall’Italia all’India con una 127: l’avventura di Elisabetta

Qualche mese fa, mentre ero in viaggio con il mio zaino backpack e senza un vero biglietto di ritorno a casa, ricevo una mail di Elisabetta. Vuole raccontarmi un folle viaggio avvenuto dall’Italia all’India qualche anno fa (esattamente nel ’78) e subito il suo racconto mi affascina. Così, decido di saperne di più, di farle qualche domanda e di condividerlo con noi. Ecco come tutto è iniziato.

Dall’Italia all’India con una 127.

“Ho una bella storia, una storia di avventura e viaggio davvero particolare, ma non so da che parte iniziare per proporla al mondo. Il riassunto dell’avventura è che nel 1978 ho fatto un viaggio davvero particolare. Siamo andati in India via terra, 3 mesi e mezzo, con un furgone attrezzato da mio padre e una Fiat 127: Jugoslavia, Grecia, Turchia, Iran, Pakistan, Afghanistan e India: io 8 anni, mia sorella 10, mio padre, mia madre e un dobermann in furgone, mia zia e un cagnolino in macchina. Tutto documentato da un diario giornaliero tenuto da mia mamma e diapositive ora digitalizzate e conservate. Nessun navigatore, nessun cellulare, non c’era internet e davvero un’avventura in piena regola!

La prima idea che mi viene in mente, è narrarla con l’intento di guardarla dalla parte di chi era in viaggio, ognuno con i propri occhi e le proprie sensazioni, e dalla parte di chi era rimasto in Italia e attendeva notizie di questi “pazzi” dispersi nel mondo”

 

1. Perché l’India? E perché in una 127? 

I miei genitori sono sempre stati una coppia molto affiatata e complice. Quando avevano 24 anni siamo arrivate prima mia sorella e poi io. Credo abbiano rimandato il progetto di questo viaggio fino a quando poi siamo diventate un po’ più grandicelle. Le nostre vacanze di famiglia sono sempre state all’insegna dell’avventura e rigorosamente via terra. Abbiamo raggiunto più volte l’Africa, girato mezza Europa e visitato Grecia e Turchia come se fosse davvero una semplice vacanza al mare.

Ho il ricordo del loro modo di progettare vacanze sempre e solo con il nostro furgone, perché via terra dicono si raggiunga la meta, gustandosi il percorso. Gli sembrava impossibile prendere un aereo e venire catapultati in un mondo nuovo, senza esserci arrivati gradualmente, senza aver visto il cambiare dei paesaggi, delle culture, della gente e il babbo passava giornate intere ad allestire il furgone, creando spazi sia per noi che per i nostri cani, sempre con noi.

La mamma che preparava le provviste, le medicine, i vestiti per tutti. La destinazione l’hanno scelta loro, credo fosse un loro sogno e quando avevamo 8 anni e 10 mia sorella, siamo state consultate per chiederci se preferissimo rimanere in Italia o andare con loro in questo viaggio più impegnativo. Naturalmente noi accettammo!

Eravamo io, mio padre, mia madre, mia sorella con Terry, il nostro dobermann, nel furgone. Insieme a noi c’erano anche mia zia e Susy (un piccolo meticcio), sulla 127. Su quella macchina era stato tolto il sedile del passeggero, così da poterlo trasformare in un letto.

 

2. Tenevate un diario? Hai ancora dei reperti fotografici di allora?

La mamma ha tenuto un diario giornaliero del nostro viaggio dall’Italia all’India che ora abbiamo completamente trascritto, ma conserviamo ancora l’originale. Annotava le tratte, i chilometri, e le avventure giornaliere. Abbiamo anche molte foto, adesso digitalizzate.

3. La cosa che ricordi con più gioia e quella che invece ti ha deluso?

La cosa del viaggio dall’Italia all’India che ricordo con più gioia è che andavo molto fiera a raccontarla una volta terminata! Ho visto tutto con occhi da bambina, ho vissuto tutto con animo pulito e aperto e i miei hanno saputo filtrare qualsiasi tipo di problema, intoppo o ansia. Mi chiedo davvero come abbiano fatto..

Ho sofferto molto il caldo e la gente che voleva sempre toccare, toccare tutto. Eravamo davvero una novità, per tutto e tutti! Un giorno si ruppe il furgone davanti ad una scuola e bloccarono le lezioni per venire a vedere cosa stesse succedendo. TUTTI! Tutti ammassati intorno al furgone con mio padre che sotto un sole cocente, cercava rimedio nel motore e decine di persone completamente sopra di lui, perché volevano curiosare!

4. Non esisteva internet e nemmeno i GPS. Come vi orientavate? Tramite cartine o vi facevate aiutare da chi incontravate man mano?

L’assenza di GPS, cellulari, internet è davvero una cosa che oggi suona impossibile. I miei genitori si orientavano con le cartine geografiche, attraversavano le città grosse di notte, hanno superato la guida a sinistra, i camion indiani con la loro guida prepotente, le difficoltà di leggere cartelli stradali in altre lingue per noi incomprensibili, il modo di guidare completamente diverso, chilometri di deserto (dormivamo nei posti di polizia quando attraversavamo il deserto e tra di loro si comunicavano che eravamo partiti la mattina e nel posto di polizia successivo ci aspettavano per la notte).

Chiedere informazioni era un’avventura, mia zia parlava l’inglese ma non era facile comunicare. Ricordo i confini da attraversare, praticamente porte in mezzo al deserto dove passavi giornate intere e ti smontavano tutto (avevano tempo ed eravamo una novità, quindi da studiare ben bene!)

Il compito mio e di mia sorella era rimanere ad un paio di metri dai nostri mezzi e stare attente che nessuno si avvicinasse per mettere della droga. Ricordo in una di queste situazioni che loro avevano l’uomo da fiuto: fiutava la droga, infilava nei pneumatici un bastoncino e poi lo annusava (noi abbiamo i cani da droga…loro avevano gli umani…)

Svuotavano tutto, erano gli unici momenti nei quali vedevo i miei leggermente ansiosi (e ora li capisco: nel nulla, non capire la lingua, con due bimbe e in mano alla polizia che decisamente poteva fare il buono e cattivo tempo in base all’umore!)

5. Qual è la cosa più strana o curiosa che vi successe nel viaggio dall’Italia all’India?

In India una notte mentre dormivamo in un’aera di servizio, dal deflettore posteriore della 127 hanno rubarono il portafoglio e il passaporto a mia zia. Ce ne accorgemmo al rifornimento successivo e lì vidi tutti davvero molto preoccupati. Sotto un diluvio universale (naturalmente era il periodo dei monsoni) svuotarono la 127 portando tutto nel furgone, mia zia che piangeva e il passaporto che non si trovava.

Non era facile come adesso, perdere il passaporto significava perdere l’identità a quei tempi. Ci accampammo al posto di polizia spiegando la situazione. Mio padre ed il poliziotto sparirono per quasi due giorni, arrivando però ad un lieto fine.

Grazie al cagnolino che morse il ladro, scoprendo chi fu il dottore che medicò il ladruncolo, riuscirono a risalire all’identità di quest’ultimo risalire a chi si era fatto medicare e quindi a riconquistare il passaporto. Mio padre racconta ancora con commozione quella notte, quel buio, quel non sapere dove e con chi, in paesini persi nel nulla.

Un altro aneddoto del viaggio dall’Italia all’india? Durante una giornata di attraversamento del deserto (che noi facevamo avvolte in lenzuola umide, visto il caldo) la tenda della porta del furgone prese fuoco, creando un buco tondo. Giorni dopo, al risveglio in un’area di servizio (naturalmente visto il caldo dormivamo con la porta aperta) si creò una fila di gente, ordinata, che a turno infilava la testa nel buco per vedere cosa ci fosse dentro e praticamente guardava noi che dormivamo.

Vivemmo tantissime situazioni di accoglienza pura e gentile, gente che ci ospitava a casa, che cucinava per noi e che offriva il the in tazze talmente sporche che faticavi a prenderle in mano.

Passano per Teheran nel Settembre 1978, il primo giorno di coprifuoco dopo l’inizio della rivoluzione: noi naturalmente non lo sapevamo e fummo fermati dalla polizia. Dormimmo in una piazza circondata da carri armati.

6. Hai fatto nuovamente viaggi del genere?

Non ho fatto più viaggi come quello dall’Italia all’India fino ad oggi. È stata un’esperienza che mi ha insegnato molto nella capacità di adeguarsi, che mi ha aperto la mente, che mi ha fatto capire quanto il mondo sia tanto bello e tanto ma tanto diverso. Ci siamo adattate a situazioni molto estreme, al caldo afoso, alle piogge torrenziali, a esondazioni in strada, a culture diverse, a saperci muovere nel mondo. È rimasto per noi un mantra, una frase nata da questa esperienza, che ha ridimensionato la paura per qualsiasi scelta, sempre.

7. Lo consiglieresti al giorno d’oggi?

Al giorno d’oggi non sarebbe possibile rifare un viaggio come quello che abbiamo fatto in auto dall’Italia all’India, noi abbiamo rischiato e siamo stati fortunati. Consiglierei di avere il coraggio di allontanarsi un po’ dalla comfort zone, osare per esplorare e farlo con animo aperto.

8. Quali sono le mete che sogni e che ancora non hai visto?

Dopo questa esperienza in India, la mia vita è stata sempre improntata sul viaggiare, vedere, osare. Animo curioso e un po’ di coraggio. Questa mia infanzia, questi viaggi, hanno contribuito ad essere quella che sono oggi. Un viaggio del genere cambia prospettive, apre la mente. Farlo da bambina mi ha portato la scelta di non voler più andare in Oriente, forse come reazione negativa ma oggi, finalmente, mi sento pronta a tornarci.

 

9. Cosa pensi che sia cambiato dal 78 ad oggi nel nostro modo di viaggiare?

Riguardo al nostro modo di viaggiare è cambiato tutto. Quello che mi ha colpito ad esempio dei tuoi viaggi, è il desiderio di contatto, con la realtà dei paesi che visiti, con il rispetto verso chi ti ospita, verso chi ti accoglie. Riempirsi di sorrisi, ecco, questo. Sei stato un’ispirazione per risvegliare questi ricordi, per rendermi conto di che avventura sia stata e di quanto fantastica è nel suo insieme.