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"Arrestata all'aeroporto di Tel Aviv perchè ho fatto volontariato in Palestina"

Questa è la storia di Silvia, neolaureata che durante il suo viaggio in Israele è stata fermata all’aeroporto, detenuta ed espulsa, con un visto d’entrata negato per 10 anni. Il motivo? Lo scoprirete leggendo la sua storia.

ARRESTATA E DETENUTA NELLE CARCERI SIONISTE DELL’AEROPORTO DI TEL AVIV. ENTRY DENIED PER 10 ANNI.

Sono carichissima, felicissima, mi sento anche bellissima, fortunatissima e tantissime altre cose che finiscono in issima perché sto per tornare in Palestina. Una settimana e tantissimi amici da abbracciare, un intero campo profughi da salutare, una laurea e un compleanno da festeggiare, un pieno di sorrisi all’asilo, incontrare finalmente degli amici che erano in carcere, poter ricevere un’importante chiamata dal carcere, insomma mi aspetta una settimana pienissima ma riuscirò a fare tutto!

E’ l’11 Febbraio, salgo sul mio volo per Tel Aviv e alle 7 puntuale decolla. 4 ore di volo tra sonno e ansia da visto, perché in Israele non si è ben accetti e tanto meno si può essere liberi di andare dove si vuole ed avere gli amici che si vuole, anzi per loro la Palestina non esiste.
Atterro in anticipo alle 11.30, con il mio zainetto e un sorrisone mi metto in coda agli sportelli per richiedere il visto.
“Sei già stata qua?”
“Sì” rispondo io, inutile mentire!

Da quel momento sono iniziate una serie di domande a raffica: Dove sei stata le altre volte? Cosa hai fatto? Chi conosci? Conosci qualcuno in Israele? Impossibile che tu non conosca nessuno. Cosa vuoi fare qua ancora? Ormai conosci il paese non ha senso, perché vuoi rientrare? 
Tono imperativo e tempi stretti che a fatica lasciavano tempo alle mie risposte che cercavano di deviare su una vacanza che sarebbe durata solo 6 giorni. SI è tenuto il mio passaporto e mi ha detto di aspettare nella stanzetta verde.
Ci sono tante altre persone, tutte dell’Europa dell’est e fermate tutte per motivi di possibile immigrazione illegale, sono l’unica Italiana. Dopo un lasso di tempo abbastanza lungo da indolenzirmi il sedere mi chiamano in un ufficio.
Bandiere israeliane giganti e un santino di Bibi, Netanyahu dietro il ragazzo del mossad che mi interroga.

Sei ore.
S E I O R E di interrogatorio.

Ha iniziato chiedendomi i motivi della mia visita, quante volte ero stata li, dove ero stata, quante notti avevo trascorso in una città e quante in un’altra, chi era entrato con me, cosa avevo fatto le volte precedenti, chi conoscevo, cosa studio e dove faccio volontariato, in che città della West Bank ero stata.
Silenzio. Lo guardo negli occhi e lui con tono carino tra un colpo di tosse e l’altro mi dice di star serena, che sa tutto perché lui lavora per il governo e fa parte della polizia segreta. Vuole che gli racconti tutto, ma tutto cosa? Io nomi non ne faccio. Mi dice in che manifestazioni sono stata, cosa ho visto, mi chiede se sono stata a delle manifestazioni per la Palestina in Italia a Milano, mi dice che ho fatto del volontariato con i profughi e allora mi chiede anche se conosco qualcuno in Siria, se voglio andare in Siria, se ho dei numeri di persone siriane, mi richiede se quindi conosco dei siriani, degli eritrei e dei nigeriani che ho conosciuto non gliene frega nulla!
Aspetto ancora. Vengo richiamata nuovamente da una ragazza in un altro ufficio questa volta.
Ripartiamo con le domande: dove sei stata? Hai amici a Nablus? Chi conosci? Cosa hai fatto? Che città della West Bank hai visitato? Poi gli ordini: dammi il tuo numero di cellulare, dammi tutte le mail, come si chiama tuo padre, come si chiama tuo nonno, dimmi i nomi delle persone che conosci.
Papà Giovanni, nonno Antonio ma io non conosco nessuno.
Di nuovo nella sala d’attesa. Il tempo passa ed inizio ad aver sonno oltre ad essere sempre più convinta che il democratico stato d’Israele non mi rilascerà mai il visto anche se il ragazzo del mossad prima aveva cercato di convincermi a parlare in cambio del visto. Ha provato a farmi parlare facendo pressione psicologica, ripetendo più e più volte domande per farmi crollare e parlare, sosteneva che io avessi lanciato pietre, che io fossi sempre stata in prima fila a tutte le manifestazioni del venerdì, che io avessi urlato durante delle manifestazioni e al mio silenzio e alla mia perplessità ha deciso di dirmi: “Silvia se vuoi essere democratica tornatene in Italia qui non lo puoi essere”.
Se vuoi essere democratica?? Qui non lo puoi essere??
Io non avevo mai avuto dubbi su questo perché Israele non è una democrazia, è un regime sionista. Chiedo a voi di fare una sforzo e provare a capire che paese continuiamo a sostenere, un paese che porta avanti da anni la pulizia etnica della Palestina con il silenzio complice di molti e la voce dei sostenitori dei nostri politici.
Dopo l’ennesimo interrogatorio e l’ennesima attesa mi hanno portato in un altro ufficio, parlandomi sempre a comandi mi han detto di sedermi. Mi hanno fatto una foto, hanno preso le mie impronte dopo di che il verdetto.

SEI UN SOGGETTO PERICOLOSO PER LA SICUREZZA DI ISRAELE QUINDI ORA TORNI IN ITALIA E NON POTRAI PIÙ ENTRARE, DA QUI E DALLA GIORDANIA, PER 10 ANNI.

10 ANNI. 10 ANNI. 10 ANNI.
Dieci anni della mia vita, di amicizie, di famiglia, di amore.
Dieci anni di vita rubata, rovinata che non mi daranno di certo indietro.
Dieci anni per aver gli amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele.

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Chiedo di chiamare in Italia per avvisare e di voler sapere l’ora del mio volo: “se hai soldi nel cellulare chiama pure, il volo lo stiamo cercando”. Se hai soldi chiama pure?? Follia pura, dopo 8 ore tra interrogatori ed attese, dopo la decisione di rimpatrio non mi permettono di chiamare a casa. Urlo e guadandoli ripeto più volte “democratici”, inizia quasi a farmi ridere questa parola. Mi concedono la password del wifi.

Torno ad aspettare e mentre mi sento morire dentro provo ad avvisare mamma che risponde felice credendomi arrivata al campo circondata dalla famiglia e da infiniti abbracci.
“Mamma sono ancora in aeroporto, mi rimpatriano ma non so ancora quando.”
Odio, pianti, forza, resilienza, Bilal, Fida, Rand, tutta la famiglia e gli amici di Aida, Najah e Amal, l’asilo, Nancy, Amjad e Ahmad, Sally e Eshaq, tutti quanti mi passano davanti agli occhi pieni di rabbia mentre lo stomaco mi si chiude. Mi portano un panino e una bottiglietta d’acqua.
Aspetto, nuovamente, ormai me ne sono fatta una ragione, ma l’attesa non è essa stessa il piacere. Chiedo del mio volo e non rispondono, richiedo.

DOPO DOMANI. 

Dopo domani? E che giorno è dopo domani? È lontanissimo dopo domani. Ovviamente non mi è concesso vedere il biglietto per realizzare che giorno sia dopo domani e l’ora del volo per poter avvisare in Italia, dopo mamma e amici si erano già mesi all’opera per contattare l’ambasciata e gli organi competenti.
Ed ora controllo sicurezza, mi rassicurano che in ogni caso si prenderanno cura di me mentre mi smontano lo zaino e mi controllano tutta, capelli e dita dei piedi compresi. Mi rifanno altre domande alle quali mi rifiuto di rispondere se non dicendo che dopo 6 ore di interrogatorio e un rimpatrio ero anche stufa di dover dare spiegazioni.
Il mio volo partirà il 13 Febbraio alle ore 12.55 da Tel Aviv.
Sono stata portata su una camionetta insieme ad altri tre uomini nelle prigione governative dello stato israeliano all’interno del complesso dell’aeroporto.
Sbarre, filo spinato e telecamere regnano sovrane, quasi come a un check point.
Per due notti sono stata detenuta nelle prigioni governative dell’aeroporto.
Per due notti sono stata chiusa dietro delle sbarre, su un lettino dove il tempo era scandito dall’arrivo dei pasti e dalla luce del sole.
Con me solo una maglia di ricambio e una chiamata in Italia che potevo effettuare rigorosamente stando seduta sul divanetto.
Pavimenti e bagni sporchi, cibo scadente e sbarre. Con me donne dall’est Europa e dalla Mongolia. Durante la notte i poliziotti sono entrati più e più volte urlando, chiamando, sbattendo le porte, la mattina un panino per colazione e stop. Niente aria aperta, niente spazzolino prima delle otto di sera.
La mattina del 13 febbraio alle 12.30 sono stata ricaricata sulla camionetta e sono stata accompagnata all’aereo e scortata sino al mio posto.
Mi hanno deportata. Proprio così mi hanno chiamata, deportata, anche se poi non avevo la polizia a farmi la scorta sul volo, risultando così un soggetto indesiderato da rimpatriare; in compenso in Italia c’era la polizia ad accogliermi sul ciglio della porta dell’aereo che confusa dal fatto che fossi italiana e che non aveva senso che mi scortasse mi ha lasciata prendere il pullman come tutti gli altri passeggeri.

Tutto questo per cosa? Perché ho amici dalla parte sbagliata del muro secondo Israele, perché sono un soggetto pericoloso, perché ho visto delle manifestazioni, perché sono stata in West Bank, perché per me la Palestina esiste e credo nella sua lotta, perché credo nei diritti umani e non nel sionismo.

Due giorni di detenzione, il rimpatrio/deportazione e 10 anni di ingresso negati. Un vita rovinata.
E le autorità italiane? Niente, non fanno niente.
Hanno le mani legate, dicono, Israele è più forte e comanda e così non ci tutelano, non come dovrebbero nonostante il diritto internazionale continui ad essere violato.
Ora, fino a che erano i miei amici palestinesi trovate delle scuse ed ora, come giustificate??

La mia vita è rovinata, distrutta ma ora lotterò più di prima, me lo hanno insegnato loro, me lo sono tatuata “lottare fino alla vittoria”, lo devo a loro anche se per ora è difficile mettere insieme i pezzi.

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