Il progetto «radar addio» è praticamente pronto

Le vecchie stazioni di controllo, dopo sessant’anni di servizio, potrebbero essere già smantellate o trasformate in reperti di archeologia industriale. Gli aerei sarebbero già in grado di viaggiare guidati dai segnali satellitari del Gps, spostandosi con maggiore sicurezza e consumando meno carburante.

E’ il programma NextGen, messo a punto e gestito dall’Agenzia federale sul trasporto aereo (la Faa, Federal Aviation Administration). Secondo gli esperti rappresenta una svolta epocale, in grado di plasmare un nuovo modello di traffico aereo per i prossimi 75 anni. Il piano, però, affronta proprio in questi giorni un passaggio difficile, forse decisivo. Il Parlamento americano sta valutando se e come coprire i 22 miliardi di dollari necessari per renderlo pienamente operativo entro il 2020. Una spesa consistente, cui si devono sommare i 20 miliardi di dollari di investimenti a carico delle compagnie private, da qui al 2025.

Il punto è che lo scontro tra democratici e repubblicani sul bilancio (meno spese o più tasse?) vive la sua fase più aspra e nessuna voce, nessun intervento pubblico può considerarsi al sicuro. Il risultato è doppio: a Washington le lobby industriali stanno intensificando le pressioni su deputati e senatori, mentre diverse compagnie hanno rallentato l’installazione della nuova strumentazione di bordo.
Ancora oggi negli Stati Uniti le 50 mila rotte giornaliere corrono lungo corridoi fissi, sorvegliati a terra da 15 mila stazioni radar (erano solo 15 nel 1951). Ogni aereo attraversa questa ragnatela, affidandosi alle istruzioni e ai segnali in arrivo dalle torri di controllo. L’idea del NexGen è semplice quanto lo sono le vere rivoluzioni: montare in cabina un impianto Gps, «liberando» il pilota dai radar, mettendolo in condizione di guidare il velivolo quasi fosse un’auto in grado di scegliere la strada migliore, quella più corta o meno affollata; di avvistare con largo anticipo le «perturbazioni» e di prepararsi per l’atterraggio a pochi chilometri dalla pista e non con venti minuti di discesa lenta e dispendiosa.

Oggi il comandante «vede» solo la striscia di cielo che si apre davanti al lunotto, non conosce la posizione degli altri aerei e quindi mantiene ampi margini di movimento. Certo, il cielo «navigabile» è grande, ma non infinito. Specie se le previsioni segnalano, solo per gli Stati Uniti, un aumento del traffico di circa il 30% nei prossimi dieci anni. Del resto «l’effetto Gps» è già stato sperimentato da alcune compagnie. La Alaska Arlines lo usa per gli atterraggi nel difficile scalo di Juneau, affossato tra le montagne e spesso nascosto dalla nebbia. Ebbene i portavoce della compagnia, citati dal Washington Post, sostengono che senza il Gps lo scorso anno avrebbero dovuto cancellare 729 voli.
Gli americani detengono una quota del 40% del traffico mondiale e vogliono essere i primi a entrare nell’epoca del post-radar. Ma questa volta gli europei sono pienamente in corsa. Nel marzo scorso è stato presentato il sistema di potenziamento satellitare «Egnos» e si continua a lavorare al progetto «Galileo». Tanto che le lobby ripetono ai politici di Washington: attenti, rischiamo di farci sorpassare.

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Daniel Mazza
Viaggiatore classe '88, blogger per passione e creatore di MondoAeroporto. Il 2014 mi ha regalato un libro. Vivo con la valigia pronta e con il sorriso in tasca.